di Marcello Martelli

Sul tema del gestore unico dell’acqua in Abruzzo assistiamo a un fatto politico singolare: il leader dell’opposizione di centrosinistra, Luciano D’Amico, scende in campo per sostenere una riforma promossa dal centrodestra regionale. Un sostegno che viene motivato con la necessità di superare, a suo dire, “inutili conservatorismi e nostalgie di un passato che, per fortuna, è superato”. Parole che meritano una riflessione. Perché quando si affronta una materia importante come quella della gestione della risorsa idrica, non basta evocare il cambiamento come un valore in sé. Occorre spiegare ai cittadini quali saranno i vantaggi concreti, chi deciderà, dove saranno assunti i centri di comando e soprattutto quali garanzie avranno i territori. Ancora una volta, invece, il dibattito pubblico viene alimentato da numeri e proiezioni presentati come indiscutibili, senza che vi sia una seria analisi delle esperienze che in Abruzzo hanno prodotto risultati tutt’altro che esaltanti. Si parla di efficienza, ma si evita accuratamente di ricordare criticità e fallimenti che hanno caratterizzato negli anni alcune gestioni idriche nelle aree di Pescara e dell’Aquila. Si racconta il futuro, senza fare i conti con il passato. Soprattutto, continua a mancare una risposta alla domanda fondamentale: dove sarà la governance del nuovo sistema? Chi eserciterà realmente il potere decisionale? Chi programmerà gli investimenti? Chi gestirà le risorse economiche e le grandi scelte strategiche? Su questo punto registriamo un silenzio che non può essere casuale. Ed è proprio questo silenzio a preoccupare il territorio teramano. Perché mentre si evita di affrontare il nodo della governance, si ignora una realtà che dovrebbe rappresentare un punto di riferimento per tutta la regione: l’esperienza della Ruzzo Reti. Un’azienda che, pur tra difficoltà e sfide complesse, ha saputo costruire un modello gestionale riconosciuto come virtuoso, ottenendo risultati importanti e ricevendo anche apprezzamenti e riconoscimenti a livello nazionale. Non solo. Nel territorio teramano si trovano le grandi sorgenti del Gran Sasso, una delle riserve idriche più importanti dell’intero Abruzzo. È dunque legittimo chiedersi perché una provincia che custodisce una parte fondamentale della ricchezza idrica regionale, debba assistere da spettatrice a una riforma che punta a trasferire altrove il potere decisionale.È una domanda che abbiamo già posto in passato e che oggi torna con ancora maggiore forza. Perché il problema non è la modernizzazione del sistema. Nessuno difende rendite di posizione o assetti immutabili. Il problema è capire se dietro il progetto del gestore unico vi sia realmente l’obiettivo di migliorare il servizio, oppure la volontà di concentrare potere e funzioni nei tradizionali poli regionali, Pescara e L’Aquila. Il timore, infatti, è che anche sull’acqua si stia riproponendo la vecchia politica dei “due forni” abruzzesi, quella che da decenni distribuisce competenze, uffici, centri decisionali e poltrone tra Pescara e l’Aquila, lasciando a Teramo un ruolo sempre più marginale. Per morire anche di sete…Se così fosse, il gestore unico nascerebbe sotto il segno di un grave errore politico e territoriale. Perché una riforma che pretende di unificare non può trasformarsi nell’ennesima operazione di centralizzazione. Non può chiedere sacrifici a un territorio senza riconoscerne il contributo. Non può ignorare le competenze maturate e i risultati ottenuti. Prima di parlare di nostalgie del passato, sarebbe opportuno chiarire quale futuro si intende costruire. E soprattutto per conto di chi. Perché l’acqua è un bene comune. Ma la sua gestione non può diventare l’ennesima occasione per ridisegnare gli equilibri di potere regionali a danno di Teramo e del suo territorio. (Nella foto il presidente del Consiglio regionale Lorenzo Sospiri, promotore della Riforma e Luciano D’Amico)












