di Marcello Martelli

In Abruzzo è in corso una trasformazione destinata a cambiare gli equilibri politici, economici e istituzionali dei prossimi decenni. Una vera riforma geopolitica, forse la più importante dalla nascita della Regione. Non è scritta in una legge costituzionale, ma nei fatti: nella concentrazione delle risorse, degli investimenti, delle infrastrutture e dei centri decisionali.Da una parte L’Aquila, capitale amministrativa e istituzionale. Dall’altra Pescara, capitale economica, commerciale e logistica. Tra questi due poli si stanno concentrando gran parte delle risorse pubbliche e private, delle grandi opere, delle sedi strategiche e, soprattutto, della forza politica regionale. La svolta quando prenderà forma il progetto di fusione tra Pescara, Montesilvano e Spoltore. Se dovesse concretizzarsi, nascerebbe una delle più grandi realtà urbane del Mezzogiorno, un polo destinato ad aumentare ulteriormente il proprio peso nei confronti dell’intera regione. Sarebbe una trasformazione senza precedenti per l’Abruzzo contemporaneo. Di fronte a questo scenario, il rischio è evidente. Le “terre di mezzo”, rappresentate oggi dalla provincia di Teramo, rischiano di diventare una periferia schiacciata tra due grandi blocchi territoriali. Una zattera in balia della corrente, senza una strategia condivisa, senza una direzione politica capace di costruire un futuro diverso. Il problema non è soltanto la perdita di centralità. È l’assenza di un progetto e di chi lo realizza.Ogni territorio che rinuncia a immaginare il proprio domani, finisce inevitabilmente per subire quello deciso dagli altri. Eppure, una strada esiste. Non passa attraverso sterili rivalità interne né attraverso l’illusione di competere con poli ormai consolidati. Passa invece dalla valorizzazione di ciò che nessun altro territorio possiede con la stessa forza. Il punto di partenza è la Fortezza di Civitella del Tronto, uno dei complessi militari più imponenti d’Europa, un patrimonio storico che continua a essere sottoutilizzato rispetto alle sue enormi potenzialità culturali e turistiche. Attorno a quel simbolo può nascere una nuova visione territoriale. Una visione che guarda oltre i confini amministrativi e costruisce un asse naturale con Ascoli Piceno. Teramo e Ascoli non sono concorrenti. Sono città sorelle, unite dalla storia, dalla cultura, dall’Appennino e da un patrimonio enogastronomico che pochi territori italiani possono vantare. Insieme potrebbero guidare uno dei più importanti distretti turistici del Centro Italia, capace di integrare mare, montagna, borghi storici, parchi naturali, produzioni tipiche, vini, arte e tradizioni. Pochi chilometri racchiudono la costa adriatica, i Monti della Laga, il Gran Sasso, i Sibillini, centri storici di straordinaria bellezza e decine di eccellenze agroalimentari conosciute in tutto il mondo. È una ricchezza già esistente. Manca soltanto una cabina di regia. In questa prospettiva assume particolare rilievo il lavoro del presidente della Regione Marche, Francesco Acquaroli, che ha posto il rilancio dei borghi e dell’Appennino al centro della propria strategia di sviluppo. Un’impostazione che guarda alle aree interne non come territori marginali da assistere, ma come risorse da valorizzare attraverso turismo, identità e qualità della vita. L’Abruzzo potrebbe trovare proprio in questa visione un’ interlocutrice naturale. Non un’alleanza di circostanza, ma un progetto interregionale capace di intercettare finanziamenti nazionali ed europei, attrarre investimenti, creare occupazione e costruire un’offerta turistica integrata che superi i vecchi confini amministrativi. Il futuro di Teramo non può essere quello di osservare passivamente la crescita degli altri. Deve diventare il ponte tra Adriatico e Appennino, tra Abruzzo e Marche, tra turismo balneare e turismo esperienziale, tra cultura e produzione agroalimentare. Le grandi trasformazioni territoriali premiano chi arriva per primo con un progetto credibile. Chi resta fermo viene inevitabilmente marginalizzato. La sfida è adesso. Mentre L’Aquila e Pescara consolidano il loro ruolo di capitali della nuova geografia regionale, Teramo deve scegliere se restare spettatrice o diventare protagonista di un nuovo asse strategico con Ascoli. Le occasioni storiche passano una sola volta.E questa potrebbe essere l’ultima per riscrivere il destino della provincia teramana.