Le vittime si contano a decine, con una media impressionante ogni anno. Quattro nel 2023. Nove registrate solo nel 2022, l’anno peggiore di sempre. Ma non ce n’è uno che il Gran Sasso non prenda le sue vite. Anche il 2024 non si è sottratto alla nefasta classifica. Ricordiamo il ragazzo tedesco recuperato ormai morto sul Camicia l’estate scorsa. Si era avventurato in montagna con le ciambelle ai piedi. E poi Lanciotti le cui ricerche non hanno ancora dato esito, infine i due escursionisti riminesi, il 42enne Luca Perazzini e il 48enne Cristian Gualdi, entrambi di Santarcangelo di Romagna. In queste ore la macchina dei soccorsi è ancora in movimento nel tentativo di raggiungerli nella zona della Direttissima, sul Corno Grande. Le squadre di soccorritori sperano in una tregua del tempo e oggi che le condizioni sembrano migliorate, probabilmente si tornerà lassù. Ma con quale speranza? Notti a -20, raffiche di vento a 130chilometri orari, lasciano ben poche possibilità di trovare persone in vita. E’ la maledizione di un massiccio spesso sottovalutato anche dagli escursionisti esperti.

Le statistiche ci raccontano che gli sport in quota consegnano alle cronache il maggior numero di tragedie. Nel 2022 Il Corpo Nazionale del Soccorso Alpino ha registrato 10367 interventi. 504 di questi hanno rilevato incidenti mortali, con un incremento del 13.5% rispetto al 2021. Dati preoccupanti ovunque, ma il Gran Sasso, in proporzione alle sua estensione, ne conta davvero troppi. Solo quest’anno si contano dieci morti, ai quali si aggiungono i due “dispersi”.

Il paragone imprudente con le più alte vette delle Alpi insinua nel turista un calcolo del rischio al ribasso. Tragico errore. In una dichiarazione all’Ansa di qualche tempo fa rilasciata dopo un’ennesima tragedia, Italo Fasciani, l’abruzzese che nel 2014 raggiunse la cima himalayana del Cho Oyu (8.201 metri) sottolinea proprio questo aspetto: “Piccole o grandi che siano le vette – spiega Fasciani – ci vuole poco per mettersi nei guai. Ci vogliono attrezzature e tecnologie giuste ma anche l’esperienza per saperle usare”.

“Uno scivolone sul ghiaccio su un pendio di 40 gradi, quindi non così ripido e su cui si può ancora sciare fa prendere una tale velocità che è come saltare nel vuoto. Andare giù per 20, 50 o 100 metri e poi scontrarsi con le rocce produce danni inevitabili. Prima di affrontare qualunque via in montagna – raccomanda Fasciani – è necessario conoscerla e aver fatto apprendistato. L’avvicinamento va fatto per gradi e le attività più complicate vanno affrontate con le guide”. Da non trascurare il fattore meteo: “Oggi, grazie alle precise previsioni di cui possiamo disporre, non si può affrontare qualsiasi escursione o scalata senza conoscere prima le condizioni meteorologiche”.

Buoni consigli, ma non bastano. Occorre di più. Formazione e informazione sul posto, potrebbero essere d’aiuto. Ma una cosa fa la differenza. Il senso dell’autocritica sulle proprie capacità, ovvero la conoscenza e la consapevolezza dei propri limiti. I requisiti più difficili. Non sempre ti salvano, ma è un buon passo avanti.

Enrico Squartini


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