L’indagine coordinata dalla Distrettuale antimafia di Catanzaro, come riporta Il Giornale della Calabria, ha svelato come la provincia di Pescara, e in particolare il comune di Montesilvano, fungesse da snodo strategico, con appendici anche in provincia di Teramo, per il traffico di stupefacenti di un sodalizio criminale. Al vertice dell’organizzazione figurerebbe A.M., noto nelle comunicazioni criptate con il nickname “Berlino”, il quale avrebbe sfruttato la propria residenza in Abruzzo per gestire una fitta rete logistica lontano dai controlli investigativi calabresi. La cosca operava lungo una direttrice stabile che collegava i centri di approvvigionamento del Lazio, come Civitavecchia, Valmontone e Nettuno, a basi di stoccaggio situate a Città Sant’Angelo e in altre località delle province di Pescara e Teramo. Un ruolo chiave nella catena di distribuzione era ricoperto da un autotrasportatore F.C, identificato con lo pseudonimo “Jolly”, considerato dagli inquirenti un ingranaggio essenziale per il recupero e il trasporto dei carichi. Le intercettazioni risalenti al 2020 hanno documentato diverse operazioni, tra cui il trasferimento di ingenti quantitativi di marijuana, talvolta superiori ai 50 chilogrammi, poi frazionati e occultati in vari depositi del territorio abruzzese. Oltre al traffico di sostanze, l’inchiesta ha evidenziato la gestione dei flussi finanziari verso Roma, curata da figure come N.A.P, detto “Monaco”. Il quadro delineato da un collaboratore di giustizia descrive un inserimento profondo nel tessuto economico locale delle persone coinvolte. Un’azienda di prodotti tipici calabresi presente tra Pescara e Teramo avrebbe funto da paravento formale per le attività illecite del clan.