La nuova frontiera dell’inquinamento passa per l’etere. Mentre quello più conosciuto, prodotto dai gas di scarico delle automobili e, presto, anche dai camini – ce lo chiede l’Europa – è in via di riduzione (o quasi), ora l’attenzione si sposta su forme più sottili e invisibili, come l’elettrosmog.

Imputato numero uno: il tanto discusso 5G, ovvero la quinta generazione di tecnologia wireless che, rispetto alle precedenti, si presta a un vasto numero di applicazioni che va oltre la telefonia cellulare. Dalla telemedicina alla guida autonoma, solo per fare due esempi: settori nei quali il 5G, in altri Paesi, è operativo da tempo.

Con la normativa attuale, le società di gestione hanno una sostanziale libera scelta su dove montare le antenne. Lo prevede in maniera esplicita il piano di digitalizzazione “Italia 5G”, finanziato dal PNRR. Possono, di fatto, operare in deroga ai piani regolatori. Una concessione che ha consentito alle major delle telecomunicazioni di installare gli impianti secondo le loro priorità che non necessariamente coincidono con quelle della popolazione. Se ne trovano nei centri abitati e anche nei pressi di siti dove sarebbe opportuno starsene lontano, per esempio dai distributori di benzina. “Come c’è a Putignano” ci dice un cittadino, che aggiunge: “si trova a una distanza legale secondo i parametri di oggi, ma sarebbe più prudente trovare un’altra soluzione. Si tratta pur sempre di un impianto elettrico, e basta una scintilla…“.

L’incognita, tuttavia, si nasconde nei possibili effetti che le antenne 5G, più potenti delle antesignane, potrebbero avere sulla salute della popolazione. La mancanza di uno storico consolidato non aiuta, essendo una tecnologia che ha appena qualche anno di vita. Anche gli esperti si dividono, tra prudenti e rassicuranti, “in una percentuale — afferma uno di loro — tra il 50 e 50“. Ma, proprio in virtù del clima di incertezza sulla salubrità di queste installazioni, sarebbe opportuno prendere delle precauzioni.

Ma, se le aziende di telecomunicazioni hanno mano libera nella scelta dei siti, c’è qualcosa che il Comune, come ente tutore della salute pubblica, potrebbe fare. Ce lo dice uno dei cittadini che da tempo è impegnato in questa battaglia. Si racchiude nella formula del “principio di precauzione“. In particolare, nei centri abitati, l’autorità cittadina può farsi valere e influire sulle scelte, senza e senza ma. Se a questo aggiungiamo il parere dei quartieri, seguendo l’altro principio, quello della “democrazia partecipativa”, che rimane sempre solo uno slogan, si otterrebbe il modo di tranquillizzare la popolazione accontentando anche le aziende.

Enrico Squartini