Il sogno del Campo Largo si infrange contro il muro del 30,5 per cento, più o meno. Un dato insoddisfacente, di un pelo in linea con la forbice del 30/35, che Landini, Conte, Schlein, avevano fissato per minimizzare la sconfitta e dare anche un significato politico alla consultazione. Una soglia ribadita solo ieri da Francesco Boccia e sostenuta da un pensiero elaborato sondaggi alla mano, spietati fin da subito. Difficile dire che “ci siamo comunque dentro”.

Sarà un avviso di sfratto per il Governo, aveva candidamente fatto intendere l’esponente Dem, “se al referendum voteranno in 12milioni e 400mila, 100mila in più di quanti votarono Giorgia Meloni“. Un’asticella nata da un algoritmo mentale che sfugge al nesso logico, da pallone buttato in tribuna, propedeutico forse all’assalto dei microfoni alla chiusura dei seggi.

Ha vinto, invece, il buon senso. Gli italiani non si sono fatti ingannare dai quattro inutili referendum sul lavoro, appiccicati sui manifesti per fare da traino al quinto sulla cittadinanza. Un esercito di 2 milioni e mezzo di nuovi elettori (per loro), ai quali si sarebbero sommati, in pochissimo tempo, i ricongiungimenti familiari. Per arrivare a quanti nuovi italiani? 5,10, 15 milioni? Senza contare che abbiamo 1 miliardo e mezzo di mussulmani a due bracciate a nuoto. Salterebbero il sistema pensionistico, la sanitá pubblica, le graduatorie per le case popolari. Se ne sono accorti perfino gli elettori a sinistra.

Molti di loro, dati alla mano, hanno dichiarato forfait proprio sulla chiave “bulgara” che avrebbe aperto le porte ad una immigrazione di massa da aggiungere a quella illegale.

Scrive a proposito il sito web del Corriere della Sera: ” Pareva il quesito in grado di mobilitare l’elettorato d’opinione, invece ha incassato un numero di voti favorevoli di 20 punti inferiore alle consultazioni sul lavoro“.

È la fotografia di un’area politica che da anni non ha più un idem sentire con la maggioranza del popolo. Con la gente delle periferie che vive i problemi quelli veri, e che subisce sulla sua pelle una islamizzazione strisciante e costante. Uno stile di vita che si oppone all’evoluzione occidentale. Davanti a scelte incaute, c’è il rischio che l’Italia diventi negli anni un’altra Turchia al centro (strategico) del Mediterraneo, imponendo un’integrazione al contrario. Che pagheranno per prime le donne nell’inspiegabile indifferenza del mondo femminile progressista.

Paola Picerno parla di sconfitta cocente e di “un regalo a Meloni“. Si esprime da candidata alla segreteria Dem, con il desiderio covato di chiudere l’esperienza woke di Elly, rispedendola in Svizzera. E lo fa con qualche alleato che all’interno del partito conta. Si vedrà.

Landini, che col referendum sotto sotto mirava alla leadership della sinistra, in conferenza minimizza:”esperienza bellissima. Questa sconfitta è un punto di partenza“, ha detto ai microfoni a urne chiuse. “Bellissima”, lo condividiamo, partenza per cosa, anche questo si vedrà, dal momento che tra poco gli scadrà la presidenza e il risultato di oggi non aiuta. Di certo la sua corazzata CGIL questa volta non è uscita dal porto. Nè sono state d’aiuto le piazze pro-pal artatamente organizzate il giorno prima del D-Day, con il lancio di messaggi fuori tempo massimo, neanche troppo subliminali. Come il cappellino rosso di Bersani con impresso un bel SÌ, a favore di telecamere, mentre intorno si parlava dei morti in Palestina.

E nè sono serviti gli appelli dello star system lautamente finanziato, ma a incassi zero al botteghino. Non sono tutti soldatini di piombo, per fortuna.

Enrico Squartini


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