di Marcello Martelli

In un’epoca in cui parlare è facilissimo, ma comunicare bene è rarissimo, l’antico detto medievale può insegnarci ancora molto: “A lo parlare agi mesura” — nel parlare abbi misura. Un consiglio semplice, ma profondo, che attraversa i secoli come un monito etico e morale. Misurare le parole non significa censurarle, né reprimerle. Significa calibrarle, pesarle, usarle con giustizia. Come si misura l’oro, come si soppesa il valore di un gesto, di una decisione, così andrebbero scelte le parole. Con precisione. Con responsabilità. Con rispetto. Questo detto non è solo una lezione di retorica. È una bussola per orientarsi in un mondo dove il rumore spesso sostituisce il pensiero, dove si parla troppo e si ascolta troppo poco. Ma è anche un invito a riconoscere che esistono momenti in cui il silenzio pesa più di mille parole. E che anche il silenzio, se non è “misurato”, può essere dannoso. Complice. Letale.

Il delitto di Garlasco è uno dei casi più discussi e mediatici degli ultimi decenni. Una tragedia umana, ma anche una rappresentazione quasi teatrale del caos giudiziario e mediatico. Accuse, assoluzioni, perizie, controperizie, errori e ribaltamenti. Ma soprattutto: parole. Troppe.Parole gridate dai media, dagli opinionisti, dal pubblico che si trasforma in giuria virtuale. E parole dette (o non dette) dai protagonisti. Una giustizia trasformata in spettacolo, dove la verità si confonde con la narrazione, e la misura è stata smarrita. Nel caso Garlasco, il parlare senza freni non ha aiutato a fare chiarezza. Anzi. Ha forse contribuito a creare più ombre che luci. Più dubbi che certezze. All’opposto, in una zona tranquilla dell’Abruzzo — a Nereto, nella Val Vibrata — c’è un altro caso, meno noto ma altrettanto inquietante. Un duplice omicidio: l’avvocato Libero Masi e sua moglie Manuela (nella foto, ndr) vengono assassinati nella loro casa, con ferocia. Era il 2006. Un “giallo” profondo, doloroso, rimasto irrisolto per quasi vent’anni. Ora, finalmente, l’inchiesta è stata riaperta. Ma intorno a essa, regna il silenzio. Nessuno parla. I testimoni tacciono. I media non raccontano. La comunità resta in ombra. Nessuna voce, nessuna memoria pubblica che tenga vivo il ricordo. Nessuna pressione sociale che chieda verità. Un vuoto che fa rumore. Ma quanto pesa questo silenzio sullo sviluppo delle indagini? Quanto pesa il fatto che, per paura, per omertà o per stanchezza, nessuno sia disposto a ricordare, a raccontare, a testimoniare? Il punto non è solo “parlare” o “tacere”. Il punto è come farlo. Quando farlo. Con che scopo farlo.

Nel caso Garlasco si è parlato troppo, male, a sproposito. Nel caso di Nereto si è taciuto troppo, a lungo, colpevolmente. In entrambi i casi, ciò che è mancato è la misura. Perché la misura non è solo equilibrio stilistico. È un principio etico. Un modo per fare giustizia. Parlare con misura significa non alimentare il gossip, non deformare i fatti, non condannare senza prove. Ma anche — e questo è cruciale — tacere con misura significa non sottrarsi alla verità, non rimuovere la memoria, non coprire il crimine con l’oblio. Oggi, più che mai, servono parole giuste. Viviamo immersi in un flusso continuo di comunicazione. I social, i talk show, i commenti in tempo reale ci danno l’illusione che dire qualcosa — qualsiasi cosa — sia sempre meglio che stare zitti. Ma non è così. Le parole hanno un peso. Le parole possono costruire o distruggere. Possono aprire strade o chiudere possibilità.

E il silenzio, se troppo prolungato o troppo comodo, può diventare complice del buio. Per questo “a lo parlare agi mesura” non è solo una frase d’altri tempi. È un imperativo per oggi. Per i giornalisti, per i cittadini, per la giustizia. Perché senza misura — nel parlare o nel tacere — non si fa verità. E senza verità, non si fa giustizia. Oggi più che mai, abbiamo bisogno di parole giuste. E di silenzi consapevoli. Abbiamo bisogno di voci che non gridino, ma raccontino. Di testimoni che non tacciano per paura, ma scelgano il coraggio del ricordo. Abbiamo bisogno di giornalisti che non rincorrano lo scoop, ma costruiscano senso. E di una giustizia che sappia ascoltare — anche ciò che non viene detto. Chi sa, parli. Chi parla, pesi le sue parole. Chi tace, si chieda perché lo fa. Perché senza la misura del linguaggio, e senza la dignità del silenzio giusto, nessuna comunità può dirsi veramente giusta. E allora, oggi, nel nome dell’avvocato Libero Masi, di sua moglie Manuela, di Chiara Poggi e di tutte le verità dimenticate, facciamo nostra quella voce antica: “A lo parlare agi mesura”. Perché la verità — come la giustizia — non sopporta né il frastuono, né l’oblio. E ha bisogno di ciascuno di noi..


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