di Marcello Martelli

Dodici milioni per conservare la Curva Est e lasciare in sospeso la vera domanda: quale città vogliamo costruire? C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui questa città continua a discutere dell’ex stadio comunale. Ogni volta che l’area torna al centro del dibattito, la discussione si avvita sul passato: la vecchia funzione sportiva, i ricordi, la Curva Est, la volontà dei tifosi, il recupero dell’esistente.Tutto rispettabile. Tutto comprensibile. Ma una città non può progettare il proprio futuro con lo sguardo continuamente rivolto nello specchietto retrovisore. Adesso si parla di un intervento da circa 12 milioni di euro, in attesa del parere della Soprintendenza. L’obiettivo sarebbe quello di recuperare l’area mantenendone la destinazione sportiva e conservando la Curva Est. E allora una domanda, forse impopolare, bisogna pur farla: siamo sicuri che sia questa la scelta migliore per la città? Perché alle porte di Teramo c’è già uno stadio moderno. E allora perché non utilizzare quella presenza per liberare il cuore del centro storico da una funzione che potrebbe essere collocata altrove e trasformare l’ex Comunale in qualcosa di completamente diverso? Non sarebbe un tradimento della storia. Sarebbe, semmai, il modo migliore per darle un futuro. La Curva Est può essere conservata. Può diventare memoria, testimonianza, persino un elemento architettonico identitario di un nuovo spazio pubblico. Ma una curva non può diventare il progetto urbano di una città. Ed è proprio qui che il dibattito sembra fermarsi. Manca una visione complessiva. Manca l’ambizione di immaginare quell’area come una delle grandi occasioni di trasformazione urbana dei prossimi decenni. Perché l’ex Comunale non è un’area qualsiasi. È nel cuore della città. È un pezzo di territorio che può ricucire parti oggi separate, creare nuove connessioni, portare verde e servizi, offrire spazi ai giovani, alla cultura, allo sport, alla socialità. Può contribuire a ridurre la dipendenza dall’automobile e a cambiare il modo in cui le persone attraversano e vivono il centro. Insomma, può diventare un pezzo della città del futuro. E invece rischiamo di trasformarlo semplicemente nel vecchio stadio con una faccia nuova. È questa la grande occasione? Davvero dopo anni di discussioni, studi e progetti la nostra ambizione urbanistica si deve fermare alla domanda su come salvare una curva?Qui torna utile la lezione di Renzo Piano. Non perché il grande architetto conosca questa città o abbia mai pensato all’ex Comunale. Ma perché le sue parole sembrano scritte proprio per aree come questa. Piano parla delle periferie come della città del futuro. Parla di pezzi di città da ricucire, di strutture pubbliche con cui “fertilizzare” il territorio. E soprattutto dice una cosa semplice e rivoluzionaria: nelle periferie non bisogna distruggere, bisogna trasformare. Trasformare. Non congelare. Non imbalsamare. Non limitarsi a restaurare. E questo dovrebbe valere anche per l’ex Comunale. Perché il rischio, altrimenti, è quello che conosciamo fin troppo bene: si parte con grandi parole — rigenerazione, riqualificazione, rilancio — e si finisce con un progetto che, nella sostanza, cambia poco. È la politica del rattoppo. Una città rattoppata non è una città rigenerata. Rigenerare significa modificare le relazioni tra i luoghi. Significa creare nuove funzioni. Significa dare un motivo alle persone per vivere uno spazio che prima attraversavano soltanto. Significa costruire servizi pubblici, verde, cultura, mobilità, socialità. Significa pensare ai bambini che oggi frequentano le scuole e ai ragazzi che oggi hanno vent’anni.Non ai soli ricordi di chi ne ha cinquanta, sessanta o settanta.Perché anche questo va detto.La memoria sportiva è importante. Ma una città non appartiene soltanto a chi l’ha vissuta ieri. Appartiene soprattutto a chi dovrà viverla domani. E i giovani, in questa storia, dove sono? Dove sono i giovani architetti? Gli urbanisti? Le nuove generazioni di professionisti? Dove sono le idee capaci di rompere il recinto della solita discussione? Possibile che non si riesca ad aprire un vero confronto pubblico sul destino di un’area tanto importante? Possibile che non si possa chiamare a raccolta chi ha idee diverse, anche radicalmente diverse? Possibile che, quando si parla di trasformare la città, la prima preoccupazione sia sempre quella di non cambiare troppo? Se la paura di sbagliare diventa più forte del desiderio di migliorare, una città è già sconfitta. E sia chiaro: nessuno propone di cancellare la memoria. La memoria va tutelata. Ma la memoria non è fatta soltanto di muri. La memoria è fatta di persone, storie, fotografie, racconti, emozioni. Può essere trasformata in cultura. Può essere raccontata dentro un nuovo progetto urbano. Non è necessario lasciare un vecchio stadio al centro della città per ricordarsi che una volta lì si giocava a calcio. Altrimenti, dovremmo conservare ogni edificio, ogni strada, ogni parcheggio, ogni struttura semplicemente perché qualcuno, un giorno, vi ha vissuto un ricordo. Non è così che crescono le città. Crescono quando hanno il coraggio di scegliere. E oggi la scelta è davanti a noi. Possiamo spendere 12 milioni per recuperare un pezzo del passato. Oppure possiamo utilizzare quelle risorse come leva per costruire un pezzo di futuro. La differenza non è soltanto urbanistica. È culturale. È politica. È generazionale. Perché tra vent’anni nessuno ci chiederà se abbiamo salvato ogni centimetro della vecchia Curva Est. Ci chiederanno perché, avendo avuto nel cuore della città un’area strategica da trasformare, non abbiamo avuto il coraggio di farlo. E allora sarebbe davvero troppo tardi. L’ex Comunale non ha bisogno soltanto di un progetto. Ha bisogno di una visione. E se questa visione non c’è, almeno si abbia il coraggio di dirlo. Ma non si venda alla città come grande rigenerazione urbana quello che rischia di essere soltanto un costoso restauro del passato. Perché una città che conserva tutto, alla fine, rischia di non costruire più niente. E noi non abbiamo bisogno di una città che ricorda di essere stata grande. Abbiamo bisogno di una città che abbia finalmente voglia di diventarlo.