Questa testimonianza racconta il viaggio di una donna attraverso il dolore invisibile degli attacchi di panico, della depressione, vissuta in un’epoca in cui non aveva parole per descriverla. È una lettera di speranza, rivolta a chi oggi si sente perso. Ricorda che chiedere aiuto è un atto di coraggio e che guarire è possibile. Abbiamo deciso di diffonderla, così come ci è stata inviata.

“Negli anni ’80, dopo la morte di mio padre, ho cominciato a stare male. Non sapevo cosa avessi, dentro di me qualcosa si era spezzato. Subivo spesso attacchi di panico, in un periodo in cui nessuno ne parlava. Non c’erano parole, solo paura e solitudine. Al mio medico cercavo di spiegarmi, lui mi guardava e non capiva. E così, mentre il tempo passava, peggioravo.

Le mie giornate erano tutte uguali. Mi svegliavo già stanca, e seguivo lo scorrere delle ore fino a notte. Un’altra notte da passare sfidando i miei incubi. Non riuscivo più a guidare, a fare la spesa, a stare da sola. Vivevo in un costante stato di allarme come se, da un momento all’altro, potesse succedermi qualcosa di terribile. L’adrenalina era sempre alta, la paura sempre presente.
Sentivo di non vivere più, ma avevo la forza di resistere anche se, a volte, nei momenti più bui, pensavo di voler morire. L’atto liberatorio da quel dolore profondo che non riuscivo a comunicare. Ero attratta dal vuoto.
Un giorno, per caso, ho ascoltato una persona raccontare la sua esperienza. Parlava di un libro che l’aveva aiutata, “Le parole per dirlo”. Mi sono riconosciuta in quella persona. E ho capito che quello che avevo dentro non era “solo nella mia testa”. Non era debolezza, non era colpa mia. Era un male vero, che non guarda chi sei, da quanto guadagni, da dove vieni.

Un giorno sono finita al pronto soccorso. E lì ho trovato un medico che finalmente mi ha guardata nell’anima e mi ha detto con calma “Puoi guarire. Puoi venirne fuori.” Parole che mi hanno dato fiducia. L’inizio della mia risalita.
Da lì è cominciato un percorso di piccoli passi per tornare a essere una persona “normale”. Ho imparato di nuovo a vivere, a uscire, a guidare, a non avere più paura. Non è stato facile, ma oggi sono qui. E questa lettera è per chi oggi si sente come mi sentivo io.
Non tenerti tutto dentro.

Il dolore condiviso pesa un po’ meno. Parlane. Cerca qualcuno che sappia ascoltarti. Vai da un medico, da uno psicologo, da un amico che non giudica. Non vergognarti, non pensare di essere “sbagliato”.
Non lo sei. Sei solo umano. E meriti di stare bene
“.

FINNY