Un altro corteo di studenti sfilerà oggi per le vie di Teramo. Raduno alle 14 davanti alla scalinata del Milli per poi in massa portarsi sull’altra scalinata, quella del Delfico di piazza Dante. Un tragitto breve, ma pieno di significato, una ferita aperta nella mente e nel cuore difficile da rimarginare in breve tempo. Altri momenti di protesta seguiranno nei prossimi giorni. Molti studenti hanno disertato le aule pomeridiane delle scuole messe a disposizione. Un’intera classe al Milli, più di una al Comi. E non sempre per manifestare il proprio dissenso. Questioni anche di logistica: trasporti non coordinati, genitori impegnati al lavoro. Una rivoluzione per chi deve affrontare una situazione nuova e soprattutto improvvisa. Tuttavia, non è cosa facile trasferire in poche ore un piccolo paese che a conti fatti ruota intorno alle 1500 persone. Ci si chiede se non fosse stato il caso di pensarci prima o perchè non sia stato oggettivamente possibile.

Ci dice un professionista, medico con una figlia agli studi proprio al Delfico: “Questa città è sotto scacco. Degli amministratori e poi della sorte. Mancava un fatto del genere ad infliggere un altro colpo alla città che ha già problemi di suo. Ho un’altra figlia che lavora in Emilia, sarei tentato di trasferirmi, non lo faccio per rispetto alla piccola che ancora studia e ha qui le sue amicizie“.

Intanto la Provincia va all’assalto dell’ex CED della Tercas, nel quartiere Gammarana. Uno stabile, si dice, che sarebbe in vendita da anni, senza mai aver trovato acquirenti. Troppo logora la struttura e troppi soldi per sistemarla. Non proprio un affare, insomma. Neanche il Comune, al quale fu offerta anni fa in comodato d’uso, si mostrò interessato. Troppo onerosa rimetterla in piedi.

La forza eccentrica che spinge ogni risorsa economica lontano dal cuore della città sembra non avere ostacoli. Il Presidente della Provincia D’Angelo ha assicurato che il patrimonio immobiliare che il suo ente acquisterà per fronteggiare l’emergenza, una volta sistemate le scuole sarà destinato ad altri scopi. Una situazione provvisoria, insomma. Ma è la parola “provvisorio” che ci fa paura. Un termine che in questo paese indica che nulla è più definitivo.


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