Sono trascorse due settimane dalla scomparsa sul Gran Sasso di Giorgio Lanciotti. Le ricerche, clima permettendo, non si sono mai interrotte. Mezzi a profusione, elicotteri, droni, volontari a terra, cani molecolari. Niente. Nessuna traccia del giovane trentacinquenne che sembra inghiottito dalla montagna. Tre gli indizi che confermano la sua presenza in quei luoghi: l’auto parcheggiata a Cima Alta, una fugace apparizione al rifugio Franchetti e un video girato sulla vetta della cima orientale, a 2903 metri e diffuso sui social. Pochi frame che in realtà mostrano condizioni climatiche tutt’altro che tranquillizzanti. Tre indizi che non lasciano dubbi. Almeno non dovrebbero. Tuttavia, il Gran Sasso, per quanto imponente alla vista, non è l’Himalaya e sembra impossibile che dal 22 settembre ad oggi di Lanciotti non si trovi traccia.

Pasqualino Iannetti, alpinista di lunga data, in una lettera inviata al Prefetto si premura di fare alcune considerazioni sulle operazioni svolte finora. Da esperto conoscitore di tutto il comprensorio e da protagonista di alcuni altri interventi fatti negli anni passati, offre anzi alcuni suggerimenti sul come e sul dove il giovane Lanciotti si possa essere cacciato. L’alpinista, tuttavia, non si ferma ai consigli. E’ sua intenzione formare una squadra di volontari esperti della montagna per cercare dove non è stato fatto finora, anche se ormai la speranza di trovare una persona viva si avvicina al miracolo. Iannetti ha rivolto appelli anche ai suoi colleghi e a chiunque, parenti e amici, che abbiano dimestichezza con la montagna.


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