Si è concluso con dieci assoluzioni il maxi processo sul caso del presunto inquinamento delle acque del Gran Sasso, scoppiato nel 2017 e diventato simbolo di uno dei più controversi intrecci tra ambiente, infrastrutture e responsabilità istituzionali. Dopo sei anni di udienze e otto dai fatti, il Tribunale di Teramo ha assolto tutti gli imputati: si trattava degli ex vertici dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn), di Strada dei Parchi e di Ruzzo Reti, la società acquedottistica del Teramano.

Il giudice monocratico ha ritenuto insussistenti le accuse mosse dalla Procura, che per tutti e dieci gli imputati aveva chiesto la condanna a un anno e otto mesi di reclusione e 40mila euro di multa ciascuno. A loro veniva contestata l’inerzia nella messa in sicurezza delle acque del Gran Sasso, che nel maggio 2017 portarono al blocco dell’uso potabile in 32 comuni del Teramano per diversi giorni.

Secondo l’impianto accusatorio, i dirigenti avrebbero sottovalutato un rischio noto da tempo: la coesistenza nel sottosuolo del Gran Sasso dei Laboratori Infn, delle gallerie autostradali dell’A24 e delle condutture idriche della Ruzzo Reti. Una convivenza definita da molti tecnici un “condominio impossibile”, mai messo realmente in sicurezza, secondo l’accusa, nonostante i numerosi allarmi lanciati nel corso degli anni.

Tra gli imputati assolti figurano Fernando Ferroni e Stefano Ragazzi, all’epoca presidente e direttore dell’Infn, Raffaele Adinolfi Falcone, responsabile del servizio ambiente dei laboratori, oltre ai vertici di Strada dei Parchi e Ruzzo Reti in carica nel periodo contestato.

Nella requisitoria, i pubblici ministeri avevano sottolineato come “la tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini sia stata esercitata solo a parole“, senza interventi concreti per eliminare le criticità strutturali che avrebbero potuto compromettere la salubrità dell’acqua potabile.

Le motivazioni della sentenza saranno rese note entro 90 giorni. (Fonte ANSA)