Serviva la chiusura coatta di una scuola per scaldare il cuore dei teramani, gente con passione ma dal temperamento latino. Ogni tanto occorre un’emozione, una frustata perchè la passione si manifesti e urli il suo malessere. Stavolta il compito è toccato al Delfico e all’impatto di quei nastri colorati che ne sbarrano l’ingresso. Un macigno calato all’improvviso sulla testa di un migliaio di persone. Studenti, professori, personale, e tutto quello che vi ruotava intorno, esercizi, negozi, il mondo piccolo di piazza Dante. Che su quell’edificio, in una città vestita con abiti che non le si adattano, ridotta a caricatura di un capoluogo, avevano costruito la propria sopravvivenza.

La firma su un’ordinanza, su una delibera, cambia la vita delle persone. Le stravolge nel tempo di un tratto di penna. Un decimo di secondo che scandisce il destino di quello degli altri al di là della finestra, oltre le ampie vetrate. Gente senza volto, destini che non ci toccano. Firme apposte per il bene comune – si dice spesso – che però altrettanto spesso il bene comune ne avrebbe fatto volentieri a meno. Questo vale per tutti, per chi amministra, per chi giudica, per chi dirige. Che per una volta prevalga il buon senso, e si restituisca la scuola ai suoi studenti, agli insegnanti, alla cultura teramana e al mondo piccolo. Che di quel luogo ne hanno fatto un simbolo. Si fermi la diaspora di chi una casa ce l’ha.

Teramo si farà sentire domani pomeriggio per le vie della città. Studenti, insegnanti, cittadini qualunque, sfileranno in corteo per protesta.


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