Dal 1° febbraio l’ospedale “Val Vibrata” avvierà un progetto sperimentale che consente ai padri di essere presenti in sala operatoria durante il taglio cesareo programmato. L’iniziativa, tra le prime nel centro-sud, si inserisce nel percorso di umanizzazione dell’assistenza alla nascita anche nei casi di parto chirurgico. La presenza del padre è consentita esclusivamente per cesarei programmati eseguiti in anestesia loco-regionale, in assenza di urgenze o emergenze e previa valutazione favorevole delle condizioni cliniche della madre e del feto da parte dell’équipe sanitaria. Il progetto, promosso dalla Uos di Ostetricia e Ginecologia, coinvolge in modo multidisciplinare ostetriche, anestesisti, pediatri e personale infermieristico del blocco operatorio. La sperimentazione avrà una durata iniziale di sei mesi, al termine dei quali verranno valutati i risultati e il livello di soddisfazione di utenti e operatori. «Aprire le porte della sala operatoria ai padri restituisce alla nascita, anche chirurgica, la sua dimensione relazionale», afferma Eleonora Falò, responsabile della Uos di Ostetricia e Ginecologia. Secondo Alessandro Santarelli, direttore della Uoc di Ostetricia e Ginecologia, «si tratta di un’iniziativa innovativa che rafforza un modello assistenziale attento ai bisogni delle famiglie, nel rispetto delle procedure di sicurezza». Per il direttore generale della Asl, Maurizio Di Giosia, «consentire la presenza del padre durante il cesareo programmato significa riconoscere il valore emotivo e relazionale della nascita».

“Quando nascere diventa un gesto condiviso“. La testimonianza del team di Ostetricia

“C’è un momento, nella vita di una madre e di un padre, che resta inciso per sempre: l’istante in cui un bambino nasce.
Un istante che, nel caso del parto cesareo programmato, troppo spesso si consuma nel silenzio di una sala operatoria, lontano dagli sguardi, dalle mani, dalla voce di chi vorrebbe esserci. Da questa consapevolezza nasce il progetto avviato presso la U.O.S. di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale di Sant’Omero: aprire le porte della sala operatoria ai padri, restituendo alla nascita anche chirurgica la sua dimensione più autentica, quella relazionale. Perché un cesareo resta, prima di tutto, una nascita. La medicina ha compiuto enormi passi avanti sul piano della sicurezza. Ma il benessere emotivo di chi partorisce, e di chi accompagna, è diventato finalmente parte integrante della cura. Eppure, nel cesareo programmato, il padre viene spesso lasciato fuori, ad attendere, ad immaginare. Questo progetto prova a cambiare prospettiva: valutare l’impatto psicologico e relazionale della presenza paterna in sala operatoria, trasformando un evento vissuto come medicalizzato in un’esperienza condivisa, più umana e più vera. Accanto alla madre, dietro il telo sterile, il padre non è uno spettatore: è una presenza, una voce familiare, un punto fermo. La presenza del padre durante il cesareo non è improvvisazione, ma organizzazione, formazione e rispetto rigoroso dei protocolli di sicurezza.
L’ingresso avviene solo nei cesarei programmati, dopo un percorso di informazione e consenso, con regole chiare e precise. Il padre entra quando tutto è pronto e resta accanto alla testa della madre, non tocca, non interferisce ma partecipa. E quando il bambino nasce può essere proprio il padre a offrire il primo contatto pelle a pelle. Le evidenze scientifiche parlano chiaro: la presenza di una figura di supporto riduce l’ansia materna, abbassa i livelli di stress, migliora l’esperienza complessiva del parto. Questo progetto non nega la natura chirurgica del cesareo ma la rispetta e la integra. È un passo verso l’umanizzazione della nascita, che riconosce il diritto della donna a non essere sola e il ruolo del padre come figura attiva fin dal primo istante. Un modello già sperimentato con successo in altre realtà italiane, accolto con entusiasmo dalle famiglie e confermato come sicuro, sostenibile, profondamente significativo. Consentire ai padri di essere presenti in sala operatoria non è solo una scelta organizzativa ma soprattutto una scelta culturale. Significa affermare che anche in un contesto altamente medicalizzato c’è spazio per l’emozione, per la relazione, per la tenerezza. Che la nascita non è solo un atto clinico, ma un passaggio di vita. E quando un padre prende la mano della madre mentre il loro bambino viene al mondo, anche una sala operatoria diventa il luogo più umano che ci sia
“.