di Marcello Martelli

Lo studio della Regione prevede di ridurre a due gli Ambiti Territoriali Ottimali (Ato) per la gestione dell’acqua: uno per la parte occidentale, con L’Aquila e Teramo, e uno per quella orientale, con Pescara e Chieti. Ma la riforma rischia di tradursi in un forte svantaggio per i cittadini teramani, che potrebbero trovarsi a pagare bollette più salate fino al 56% e a subire una perdita di autonomia gestionale. C’è un Abruzzo che decide e un Abruzzo che subisce. È il regionalismo dei “due forni” — quello aquilano e quello pescarese — che continua ad avanzare silenzioso ma inesorabile, lasciando le terre di mezzo, e in particolare la provincia di Teramo, sempre più isolate e impoverite.

Dopo la Camera di Commercio, ora è il turno del sistema idrico. Ma questa volta la posta in gioco è altissima: l’acqua, bene pubblico per eccellenza, diritto fondamentale dei cittadini. La proposta di riformare il servizio in due ambiti territoriali invece che in quattro — uno per provincia, come sarebbe logico e giusto — puzza di accentramento e di disuguaglianza. Dietro la formula “razionalizzazione del sistema” si nasconde, ancora una volta, la solita logica dei forti che schiacciano i deboli. E a pagare, come sempre, saranno i cittadini teramani, condannati a bollette più care e meno servizi.

Un paradosso che grida vendetta: mentre la società Ruzzo Reti, guidata da Alessia Cognitti (nella foto), ha appena ricevuto dall’Arera (Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente) il premio per la qualità tecnica e commerciale del servizio, la politica regionale prepara un disegno che ne minerebbe l’autonomia e la sostenibilità economica. Premiati per l’efficienza, puniti per l’indipendenza. E tutto questo nel silenzio assordante di chi, a livello regionale, dovrebbe difendere il principio di equità territoriale. Teramo, ancora una volta, è la vittima designata di una politica che pensa solo ai propri bacini elettorali. Il “regionalismo dei due forni” è ormai una prassi consolidata: un Abruzzo diviso tra L’Aquila e Pescara, che si spartiscono potere, risorse e istituzioni, lasciando il resto a bocca asciutta.

Un Abruzzo che invece di unire, divide. Che invece di armonizzare, concentra. E che, nel farlo, distrugge il principio di coesione territoriale su cui dovrebbe poggiare ogni politica regionale degna di questo nome. È tempo che la politica teramana e la società civile alzino la voce.

Non si può più accettare in silenzio che ogni riforma, ogni accorpamento, ogni “razionalizzazione” finisca per penalizzare sempre gli stessi.