di Marcello Martelli

C’è da restare davvero basiti davanti alla sconcertante vicenda dell’acquifero del Gran Sasso, uno dei principali bacini idrici dell’Italia centrale, che disseta oltre 700.000 cittadini delle province di Teramo, L’Aquila e Pescara. Una risorsa preziosa, naturale, vitale. Eppure, da anni minacciata da carenze strutturali, negligenze istituzionali e una giustizia inceppata.

Siamo nel 2025, ma il processo per inquinamento ambientale e getto pericoloso di cose legato alla gestione delle acque nel ventre del massiccio appenninico è ancora in corso. Aperto nel 2017, ha visto la sua prima udienza solo due anni dopo, nel 2019. Poi, il solito copione: rinvii, rallentamenti, perizie, cavilli. Ad oggi, la sentenza è attesa — forse — per ottobre. Otto anni dopo i fatti contestati. Un tempo infinito, soprattutto quando in gioco ci sono la salute pubblica e la sicurezza di un’intera area geografica.

Secondo la Procura, l’acquifero del Gran Sasso sarebbe da tempo esposto a rischi strutturali di contaminazione, dovuti a un inadeguato isolamento delle opere di captazione. Un problema tecnico, ma non solo. Un fallimento politico, amministrativo, gestionale. Un intero sistema che ha mostrato incapacità di prevenzione e di intervento. E, quel che è peggio, nessuna vera urgenza per risolvere. I cittadini, intanto, continuano a bere quell’acqua. Un paradosso tutto italiano: una delle migliori risorse naturali d’Europa, usata da decenni per fornire acqua potabile, ma senza adeguate garanzie di protezione. Le criticità sono note, le denunce pure. Eppure nessun intervento risolutivo è stato messo in campo. La sicurezza è rimasta sulla carta. I progetti di messa in sicurezza? Bloccati da burocrazia e mancanza di fondi. E mentre la montagna piange, le istituzioni fanno spallucce.

Questa vicenda è molto più di una “telenovela giudiziaria”, come qualcuno l’ha definita. È un caso-simbolo del modo in cui l’Italia affronta i grandi temi ambientali: ritardi cronici, responsabilità diluite, gestione emergenziale. Il tutto aggravato da un sistema giudiziario incapace di offrire risposte in tempi utili. Ma la lentezza della giustizia, in casi come questi, non è solo un difetto tecnico: è una condanna morale.

Il Gran Sasso, oltre a essere un patrimonio naturalistico e culturale, è un gigante ferito dalla disattenzione. La sua acqua, simbolo di vita e purezza, rischia di diventare simbolo di inerzia e abbandono. E questo non possiamo permettercelo.Non basta più aspettare l’esito del processo. Servono interventi immediati, commissariamenti tecnici, trasparenza assoluta sui rischi. E serve, soprattutto, una presa di coscienza collettiva. Perché la tutela dell’acqua non è una questione da rinviare, né da delegare. È un diritto da proteggere oggi, non tra altri otto anni.

Il caso del Gran Sasso è uno specchio di molte delle criticità italiane: complessità tecnica, rimpallo di responsabilità, stallo giudiziario, disattenzione politica. Ma soprattutto dimostra quanto sia fragile la gestione di risorse vitali come l’acqua se manca una visione integrata tra tutela ambientale, sicurezza pubblica e giustizia.