La sentenza pronunciata nell’aprile scorso dal giudice Francesco Ferretti verso Francesco Di Rocco, che nel 2023 sferrò 92 coltellate al padre Mario capostazione in pensione, uccidendolo, traccia un quadro della complessa situazione che ha generato l’efferato omicidio. Le motivazioni, depositate in questi giorni, scavano a fondo nell’animo di quel figlio vessato fin dall’infanzia da un padre che, più che padrone, era un vero despota.

La condanna a 14 anni, riporta Il Centro, ha tenuto conto delle attenuanti, ritenendole prevalenti sulle aggravanti, queste ultime determinate dal vincolo di parentela. Un verdetto che, tuttavia, consentirà a Di Rocco di avere in futuro alcuni sconti di pena, tra buona condotta e benefici di legge. Un percorso processuale che ha messo in luce le circostanze e la costante pressione vessatoria che il padre esercitava sul figlio.

La storia di Francesco e Mario Di Rocco dipinge il quadro di una situazione famigliare dove ogni attimo della vita quotidiana poteva trasformarsi in tragedia. Un padre dispotico, all’epoca della morte 83enne, dal comportamento peggiorato con la morte della moglie, vittima lei stessa di angherie e vessazioni.

Per Francesco una vita impossibile fin da ragazzo, confermata anche dai vicini e da chi, pochi, aveva a che fare con loro. Fino a quella sera di novembre del 2023, quando dopo una violenta discussione in casa, nei pressi della stazione ferroviaria, l’ira del figlio, all’epoca 49enne, prende il sopravvento. Con un coltello da cucina colpisce il padre più volte. Reagisce in quel modo all’ennesima minaccia subita, generata da futili motivi. Mario Di Rocco morirà poco dopo in ospedale. E’ il figlio stesso che chiama i soccorsi, in un immediato quanto drammatico pentimento.

L’avvocata della difesa, Federica Benguardato, che durante il processo aveva chiesto la derubricazione del reato da omicidio volontario a preterintenzionale, ricorrerà comunque in appello.