Le ostriche possono ingerire microplastiche, con il rischio che queste finiscano anche nel piatto dei consumatori. A confermarlo è una ricerca pubblicata sulla rivista Water e condotta dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise (IZSAM) in collaborazione con l’IAS-CNR. Lo studio ha simulato l’esposizione delle ostriche a diverse tipologie di microplastiche — filamenti di polipropilene, sfere di polistirene e frammenti di PET — per un periodo di 28 giorni, rilevando una media di oltre cinque particelle per grammo di tessuto.
Il processo di depurazione, utilizzato nei centri pre-commercializzazione, ha dimostrato una significativa efficacia: “Abbiamo osservato una riduzione del 69% già nelle prime 24 ore e del 92% entro cinque giorni,” ha dichiarato la biologa marina Sara Recchi.
I ricercatori hanno inoltre analizzato il comportamento genetico delle ostriche, selezionando geni stabili per monitorare eventuali effetti biologici delle microplastiche. “Solo con un riferimento affidabile possiamo valutare eventuali variazioni,” ha spiegato la ricercatrice Federica Pizzurro.
La ricerca suggerisce che una depurazione corretta, insieme a misure tecniche come l’uso di materiali privi di plastica e vasche coperte, possa contribuire a contenere i rischi. In prospettiva, etichette che attestino il controllo delle microplastiche potrebbero rappresentare un valore aggiunto per i consumatori e un incentivo alla qualità dei prodotti ittici.












